B. Chatwin, In Patagonia
P. Auster, Trilogia di New York
J. Conrad, Heart of Darkness
J. Swift, I viaggi di Gulliver
D. Pennac, La Prosivendola
D. Pennac, La fata carabina
D. Pennac, Signor Malaussène
A. Borroughs, Correndo con le forbici in mano
M. Haddon, Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte
I. McEwan, Sabato
Fitzgerald F.S. Il grande Gatsby Hemingway H. Addio alle armi Kundera M. Il libro del riso e dell'oblio Parks T. Lingue di fuoco Platone Fedone Calvino I. Marcovaldo Mc Grath P. Follia Queneau R. Icaro involato Mazzantini M. Non ti muovere Hornby N. Alta fedeltà Serrano M. Quel che c'è nel mio cuore Woolf V. La stanza di Jacob Pratolini V. Il quartiere Allende I. Eva Luna Kundera M. Jacques e il suo padrone Bradbury R. Farenheit 451 Marias J. Domani nella battaglia pensa a me Vàsquez Montalbàn M. Il centravanti è stato assassinato verso sera Stendhal Vanina Venini Ibsen H. Casa di bambola Forster E.M. Camera con vista Woolf V. Leggere, recensire Kundera M. Il valzer degli addii Hawthorne N. La lettera scarlatta Forster E.M. Casa Howard Gadda C.E. Il guerriero, l'amazzone, lo spirito della poesia nel verso immortale del Foscolo
Tra un mese mi sposo. (Grazie. No, non sono agitata, stranamente. Sì, è tutto pronto. In comune. Perché lui non crede. Sì, sono sicura.) Questo significa che tra un mese e tre giorni io, mio marito (!) e i nostri due nuovi anelli partiremo per il Giappone.
Quando interrogo spesso chiedo agli studenti la differenza tra viaggiatore e turista, e da quando lo faccio cerco di non rientrare più nella seconda categoria, sebbene sia quasi impossibile.
Lungi dal voler soppiantare Bruce Chatwin nel ruolo di ultimo grand tourist, voglio però evitare di metter piede sul suolo nipponico completamente impreparata (anche perché a me i giapponesi mi sono sempre piaciuti poco, e non li ho mai capiti molto).
Così ho deciso di fare l'unica cosa che so fare: leggere. Ho letto una guida turistica solo per capire che sono oggetti inutili per conoscere un paese. Ho letto articoli e resoconti di viaggi, per sentirmi raccontare le solite quattro cose, e poi ho finalmente letto Norwegian Wood, che mi era stato regalato nella traduzione inglese di Jay Rubin.
Cosa penso del libro lo saprete leggendo Cabaret Bisanzio, qui però voglio raccontare di quanto mi manchi, quel libro, ora che è finito. Di come si sia infilato sotto la mia pelle, divenendo parte di me. Mentre vivo le mie giornate mi tornano alla mente immagini, dettagli, battute che ho letto e mi trovo a provare una nostalgia quasi devastante verso quei luoghi, quelle persone, come se ci fossi già stata e li avessi realmente vissuti.
Una notte sono stata sul divano a leggere fino alle 4 e 20 del mattino (sì, forse un po' agitata sono, allora) e quel ricordo si è fuso con le atmosfere del libro. Anche perché mentre ero insonne io lo era anche il protagonista, Watanabe, e così io e lui facevamo le stesse cose e dato che lui era in un luogo in cui sto per andare, posso davvero dire di averlo sentito addosso. Se chiudo gli occhi sento un po' di aria fresca, come quella delle montagne del Kansai, oppure, altre volte, sono a Shinjuku (e ci sarò davvero, abbiamo lì l'albergo...) e cammino nelle strade che non finiscono mai, come il tempo. La sensazione che ho avuto nella lettura è stata proprio questa, infatti, che il tempo, per i Giapponesi, abbia una durata diversa. Le giornate sembrano durare di più, ma dato che è impossibile, forse semplicemente il presente dura di più perché non si rincorre il futuro, anche quando è la nostra unica ragione di vita.
Nell'attesa del "gran giorno" cerco di far tesoro di questo insegnamento, di godere di questi attimi in cui vivo sospesa tra quello che sono stata e quello che sarò, cercando di amare quello che sono. E sogno un viaggio in Giappone nel quale le giornate abbiano la stessa durata di quelle di Norwegian Wood, e chissà che non impari un nuovo modo di rapportarmi al tempo che non sia sempre e solo quello di rincorrerlo...
Privilegi
Milano, un negozio di scarpe.
Una donna qualunque in un giorno qualunque.
Donna: “Buongiorno, ho visto quelle scarpe in vetrina, posso provarle?”
…
Commessa: “Come vanno?”
D.: “Sono un po’ strette…”
C.: “Eh, ma queste poi si lasciano andare, diventano un guanto, non sente la pelle com’è morbida?”
D.: “Proverei il numero in più…”
C.: [occhi al cielo]
D.: “Queste effettivamente sono un po’ larghe…”
C.: “Guardi che con una soletta sono perfette. Magari poi la mezza solettina in gel, ha presente, quella della pubblicità? Così diventano più comode. Sempre meglio avere un po’ di agio.”
D.: “Non so, guardi, è che non saprei quando usarle. Ho paura siano un po’ troppo particolari…”
C.: “Ma sta scherzando? No, ma queste le mette sempre! Col jeans in ufficio e con uno short la sera, anche al mare. No, le nostre clienti le hanno prese per tutte le occasioni.”
D.: “Guardi, ci penso ancora un attimo.”
C.: [riponendo le scarpe con gesto stizzito] “Sì, ma non aspetti troppo perché questo è l’ultimo 38 e poi non ci arrivano più.” [esce di scena senza salutare]
Milano, un negozio di scarpe.
Una donna con solitario al dito in un giorno di inizio primavera.
D.: “Buongiorno, ho visto quelle scarpe in vetrina, le avete anche in tinte chiare?”
C.: “Che colore le occorre?”
D.: “Bianche, o panna…”
C.: [Luccichio negli occhi, grande sorriso] “Sono per l’abito, vero?”
D.: “Sì…”
C.: “Allora, te le porto e le provi, iniziamo da quelle, poi considera che posso sempre chiedere alla casa madre se è possibile averle in altre tinte e con altri pellami, magari se hai un campione del tessuto le facciamo fare proprio uguali!”
…
D.: “Sono un po’ strette…”
C.: “Mannaggia… eh, devono essere comode. Ti vado a vedere se c’è il numero in più.”
…
C.: “Intanto ti ho portato queste, però ho anche già chiesto all’altro negozio se mi fanno arrivare il mezzo numero, così hai tutta la scelta, senza impegno… ma dove lo fate il pranzo?”
D.: “Grazie! È una specie di agriturismo, ma è un posto abbastanza elegante, comunque in campagna…Be’, sì queste effettivamente sono un po’ larghe…”
C.: “Che meravigliaaaa! E com’è l’abito?
D.: [Descrive l’abito]
C.: “Beeeeeello! Allora facciamo così, domani proviamo il mezzo numero, così vedi come te lo senti”
D.: “È che poi non saprei quando usarle, ho paura siano un po’ troppo eleganti…”
C.: “Be’, certo, rimangono particolari. Però guarda, secondo me queste anche con un jeans e una camicia bianca poi le metti…”
D.: “Guardi, ci penso ancora un attimo.”
C.: [ancora in ginocchio e sempre sorridente] “Certo, ma figurati. Prenditi tutto il tempo, devi essere convinta. E poi siamo a inizio stagione e al massimo chiediamo di farle arrivare se non le abbiamo più in negozio!”
D.: “La ringrazio, molto gentile davvero!”
C.: “Ma figurati! Ciao allora, e se non ci vediamo tanti auguri!” [fa ciao con la mano mentre tiene aperta la porta]
Sto pensando di nascondere la fede una volta sposata…almeno per lo shopping.
Sto rileggendo Oranges Are not the Only Fruit almeno per la quarta volta. La terza in inglese, credo. E mi sorprende. Mi sorprende ancora nonostante mi avesse già sorpresa, rapita, entusiasmata, divertita. Quello che mi sorprende sempre, di Jeanette, è ciò che lei stessa chiama la sua “new way with words”. Non voglio tradurre questa espressione e grazie al cielo non sono costretta a farlo perché le lezioni che tengo sono in inglese. Non voglio perché trovo che in italiano non sarebbe così speciale, non ci sarebbe quell’allitterazione così dolce e non scivolerebbe tutto tra i denti altrettanto facilmente.
Poi mentre rileggo Oranges rileggo anche Art Objects, che mi aveva fatto innamorare (letterariamente parlando, ché “lei” non è il mio “genere”, diciamo così) di Jeannette. E riscopro perché. Riscopro quella passione viscerale per la lettura, per l’arte, che ti fa capire che davvero non ne potresti fare a meno, che niente ti può appagare di più di quella cosa che Forster aveva magistralmente definito “Only connect”.
Mi piace chi sperimenta, chi tenta nuove strade, chi si mette in gioco. Mi piace però che lo si faccia con ironia, con senso della misura, senza prendersi troppo sul serio. E soprattutto mi piace che lo si faccia con umiltà e con devozione, quella devozione alla letteratura e all’arte che è necessaria per diventare scrittori, o artisti. Quell’amore incondizionato che ci porta a perdonare addirittura un cliché, perché sappiamo che è fatto in buona fede, con quell’onestà d’animo che è caratteristica del vero amore.
Sarà perché Jeanette è cresciuta a “pane e Bibbia” che in lei c’è una devozione quasi religiosa verso l’arte, ed è proprio questo che amo in lei: il suo amore assoluto, incondizionato, devoto e quasi mistico per la scrittura.
E ora mi sento in colpa perché ancora non ho scritto nemmeno due righe su The Stone Gods, che invece mi ha tanto divertita e mi ha tanto dato da pensare…
Studiando quest'oggi mi trovo a indagare con maggiore profondità il pensiero Femaleist, che tende a mostrare non solo l'innata differenza uomo/donna, ma soprattutto a provare, con teoremi dimostrati scientificamente in varie branche della conoscenza, come la donna sia biologicamente e quindi intellettualmente superiore all'uomo.
Non mi vedo del tutto d'accordo, in un primo momento (chi mi conosce sa che sono molto più per il "gender-free"), ma poi leggo che tra le altre cose è stato dimostrato come il cervello femminile sia molto più denso di nessi neuronali, e quindi più "connesso" rispetto a quello maschile. Questo spiega perché le donne sono in grado di fare e pensare più cose contemporaneamente, con un pensiero "irradiato" (il così detto: web-thinking) mentre il cervello maschile porta avanti un solo concetto o pensiero per volta, procedendo in maniera lineare, un passo dopo l'altro (il così detto: step-thinking).
Mi fermo a riflettere sul fatto che la studiosa che ha fatto questa grande scoperta stava certamente organizzando il proprio matrimonio.
Sabato sera ero a una bella festa, un vernissage e al contempo una sorta di matrimonio – lo sarebbe stato se in questo stato i matrimoni tra persone dello stesso sesso fossero possibili, invece era solo la costituzione di un nucleo famigliare, ma tanto bastava.
C’era molta gente, non ho parlato con tutti, anzi, con pochi, i soliti, e poco anche con loro, eppure ho respirato la gente e ho avuto modo di avere una panoramica della mia vita. Mi succede col bello: il bello mi mette in pace col mondo, mi fa amare la vita, mi fa venir voglia di fare, di essere. E questa casa che ospita questo neo nucleo famigliare è bella. Non è solo una “bella casa”, è bella nell’accezione artistica di bello. Ci sono bei mobili, bei quadri, bei colori, bei libri. È dominata da un gusto non fatto di ritagli di riviste ma di strati di cultura e di vita accumulati negli anni. Osservavo questa bellezza e pensavo a quanto sia difficile, nella vita, circondarsi delle persone giuste. Avere le amicizie giuste, conoscere le persone giuste. Io non ho concluso molto nella mia vita, per ora. Ho "ormai" trent’anni e non sono stata in grado di pubblicare molto più di un testo che tratta un argomento sul quale ho riscritto decine di volte. Avrei potuto dare e fare di più, forse, ma questo è – as a matter of fact – ciò che ho concluso. Eppure posso dire di essere riuscita a circondarmi esattamente delle persone che desideravo avere attorno.
Ho amici di tanti tipi. Le amiche fidate, sincere, dei tempi delle scuole superiori, che ancora frequento e che ancora amo come sorelle. Le amiche nuove, scoperte di recente, che mi aprono nuove strade, nuovi mondi e mi fanno scoprire. Gli amici di vecchia data che sono i veri fratelli che non ho mai avuto e cui metterei in mano la mia vita.
E poi ci sono gli amici della festa: variegati, molteplici, pittoreschi, intriganti, interessanti, stimolanti. Ogni persona mi offre un livello di vita. Posso vivere la vita come in un film di Woody Allen, come sognavo da ragazzina, quando invece gli amici erano per lo più interessati a suonare Heavy Metal sulle chitarre elettriche e io mi sentivo persa. Posso vivere la vita come in Sex and the City, e parlare di uomini e di sesso mangiando una pizza. Posso vivere come Virginia, a Bloomsbury, circondata da omosessuali che parlano di sciocchezze, di filosofia e di arte.
Posso, insomma, godere appieno della vita come la sognavo. Stratificata, fatta di tanti aspetti, uno diverso dall’altro, uno indispensabile all’altro, ognuno necessario.
Avrei potuto scrivere di più, pubblicare di più, studiare di più, ballare di più. Invece ho vissuto e ho tessuto attorno a me questa rete preziosa di cui sono fiera, orgogliosa, e che mi rende felice.
Dura, la vita dello scrittore è una biografia di Henry James.
Anzi no, Dura, la vita dello scrittore, è un romanzo che ha come protagonista Henry James e che racconta degli eventi, delle amicizie, delle vicende della vita di Henry James.
Un romanzo con struttura circolare, che inizia dalla fine, sul letto di morte dello “scrittore” – sì, il protagonista alla fine muore, ma spero, con questo, di non aver rovinato la sorpresa a nessuno – per poi retrocedere a narrare la vita di Henry quando era già scrittore di discreto successo per seguirne il declino, i fallimenti, gli smacchi.
Lodge ha una scrittura brillante, possiede uno humor proprio solo degli inglesi, tanto sottile da necessitare uno sforzo della vista per coglierlo ma dal sapore unico e persistente. L’intero romanzo è narrato con uno stile che si confà perfettamente all’epoca di cui narra (ovvero l’ultimo strascico vittoriano) e con un tono deliziosamente canzonatorio che ci rende amabilmente antipatico il solenne, tronfio e borioso signor James. Oltre a dipingerci in modo così allettante la vita e i pensieri di colui che è oggi, per chi si dedica allo studio della letteratura inglese come anche per chiunque provi un minimo di amore verso i grandi classici letterari dallo stile raffinato e complesso, una pietra miliare della scrittura mondiale, un elemento cardine cui guardare quando si pronuncia la parola “romanzo” e quando si vuol pensare alla narrazione secondo il punto di vista dei personaggi, oltre a questo, dicevo, il romanzo ci racconta un’epoca e un mestiere.
L’epoca, come accennavo, è quella tardo-vittoriana, con una morale ancora abbastanza rigida ma nella quale iniziano a comparire delle crepe, la più significativa di certo rappresentata dalla comparsa sulle scene letterarie e mondane del giovane Oscar Wilde, che è solo uno dei meravigliosi personaggi che fanno capolino dalle pagine del romanzo (da George Bernard Shaw a H.G. Wells, da Arnold Bennett a Virginia Woolf) in maniera più o meno dimessa, tanto che ci sembra quasi di vederli agire da dietro le quinte della loro stessa vita.
Il mestiere è quello dello scrittore, che allora come oggi era difficile e poco redditizio e metteva a dura prova i nervi del povero malcapitato. Chi oggi legge, studia o semplicemente conosce Henry James per averlo sentito nominare o per aver visto una delle tante riproduzioni cinematografiche di James Ivory, faticherà a credere che quel gigante letterario, autore di opere come Portrait of a Lady e The Golden Bowl, avesse dovuto tanto soffrire, in vita, per esser letto e compreso, che dovette subire tanti smacchi, tante umiliazioni anche pubbliche per poter divenire, dopo morto, un testo obbligatorio nelle scuole. Sarà di conforto, allora, ai giovani scrittori che faticano a trovare il successo – di pubblico o di critica – sapere che anche il povero Henry dovette disperarsi, e che anche lui perse molte notti di sonno e si fece più volte i conti in tasca per capire se ce l’avrebbe fatta a continuare a scrivere per vivere.
Ciò che fece fu non cedere mai. Non cedere alle lusinghe del mercato, a ciò che gli avrebbe portato il facile successo che lui tanto sognava. Forse avrebbe voluto esserne capace, chi lo sa, ma di fatto non riuscì mai a scrivere qualcosa di davvero facile, capace di intrattenere un largo pubblico. Questo gli rese la vita difficile ma lo rese immortale. Che bella lezione da dare oggi, quando sembra che il mondo funzioni all’esatto contrario. Grazie signor Lodge per averci raccontato questa bella storia.
La fossa comune, purtroppo, è un titolo che spaventa, poco invitante. Dico purtroppo perché è il titolo giusto per questo romanzo.
È proprio l’indifferenza della Fossa comune che sta alla base di tutto, dei personaggi, delle volontà, delle lotte sempre più vane che si susseguono e che non portano a nulla, come le corse che facciamo nei sogni, che ci affaticano senza mai farci avanzare.
Non è però un romanzo tetro o angosciante come il titolo potrebbe farci credere, anzi la prima parte è scorrevole e piacevole, si sorride spesso, prima di rimanere con una sensazione sempre più persistente di amaro in bocca, che ci fa corrugare la fronte e ci fa terminare la lettura fissando un punto vuoto e pensando all’inutilità. Non del libro, che anzi è una buona lettura, sebbene molto intensa e a tratti quasi faticosa (o forse faticoso è stato il periodo in cui l’ho letto), nonostante l’impeccabile veste editoriale, interamente opera dello scrittore, che non ha certo avuto editor ad aiutarlo nel suo percorso e ha invece coraggiosamente pubblicato in modo indipendente un prodotto di tutto rispetto. L’inutilità dell’esistenza, invece, o di alcune esistenze, come quella di Vittorio Ronca, il protagonista del romanzo di Bastasi, che vuole di più, a cui non basta mai, che è sempre in cerca, che non è mai arrivato né è mai soddisfatto. Tutti pregi, tutti elementi necessari a vivere la vita pienamente, ma non quando questa ricerca è vana, quando il tutto si basa su fragili illusioni che non vogliamo accettare come tali.
Vittorio è un sognatore, è un utopista, e forse il momento più bello e più vero della sua vita è quello in cui accetta la propria dimensione e vive da sognatore in una casa di ringhiera, accontentandosi delle proprie passioni e dividendo qualche spaghettata con i suoi amici “extracomunitari”. In quei momenti Vittorio vive intensamente e ha diritto di essere sognatore, ma chi sogna troppo tende a volere di più, e così ogni volta Vittorio si ritrova insudiciato da una realtà che egli stesso ripudia, si ritrova a sognare la sua utopia ma con le mani sporche, e quindi si ritrova a desiderare altro, a desiderare di essere altrove, a non essere mai soddisfatto, insomma, a non averne mai abbastanza.
La vita è semplice ai semplici, verrebbe da dire, parafrasando Manzoni. Non è però il messaggio in cui crede Bastasi. Perché Vittorio, nei suoi ideali, crede: crede fino in fondo, fino alla fine. E i suoi ideali sono giusti, sono quelli di una persona “informata sui fatti”, colta, istruita. È lo spirito del personaggio che rende vano lo sforzo.
Uno dei personaggi che ho più amato (e credo uno di quelli che lo stesso Bastasi ami di più) è Andrej, un ragazzo russo che Vittorio incontra in un suo viaggio-fuga a New York e che rimarrà elemento cruciale nella sua vita. L’ho amato perché Andrej sembra possedere una cosa rara: la conoscenza. In primo luogo la conoscenza della propria sessualità, anche in una Russia ideologicamente strangolata dal socialismo reale. Ma anche la conoscenza del proprio spirito, di ciò che si desidera, e quindi la conoscenza di quali si crede possano essere i propri traguardi. Lo sguardo di Andrej è dolce e comprensivo, come quello di Vittorio non riesce mai a essere.
Oggi spiegavo il saggio A room of one’s own agli studenti, e in particolare il passaggio nel quale la Woolf cita Coleridge dicendo che “a great mind should be androgynous”. Ebbene, Andrej riesce a racchiudere in sé un’androginia che gli permette di essere superiore alle instancabili lotte interiori che consumano Vittorio, il quale, invece, è sempre troppo concentrato su di sé, su quell’io che gli uomini usano tanto spesso (e la scena in cui lui fugge all’aggressione lasciando la propria donna in fin di vita lo dimostra in modo drammatico).
È lo stesso Andrej a rimproverare Vittorio di essere “stupido, insensibile ed egoista”, e in quest’ultima parola risiede il senso ultimo del romanzo, io credo. La differenza tra Vittorio e Andrej è che questi pensa in primo luogo agli altri e non a sé. “È sulle persone che occorre investire”, dice Andrej “sulle persone, sul loro essere, questo sì, reali, presenti, disponibili. È di lì che devi partire se proprio la vuoi cambiare, questa realtà”.
Sono parole bellissime, che non poteva che pronunciare il personaggio più metafisico di tutto il romanzo, e che forse dichiarano la poetica stessa dell’autore. Se puntiamo alla rivoluzione per ottenere ciò che vogliamo noi, senza investire sulle persone, sugli esseri umani (e quindi sulla cultura, come ha fatto Andrej, costi quel che costi) non resterà nulla di noi, e i nostri grandi ideali scompariranno in una fossa comune, o in una manciata di polvere, altro titolo perfetto per questo romanzo, se non fosse già stato usato da Waugh.
C’era un tale, nel 1500, che amava usare, nei suoi scritti teatrali, l’artificio della play in the play. Ne avrete sentito parlare, si chiamava William Shakespeare. La meta-teatralità – tanto cara ai postmoderni – era altrettanto cara al grande bardo e in più di una sua opera troviamo questo artificio. Si parla spesso di masque, come quelli Ben Jonson, ma se quelli di Jonson erano momenti celebrativi fatti per coinvolgere il pubblico, quelli di Shakespeare il pubblico lo coinvolgono in modo più indiretto, più moderno anzi, più post-moderno. Nei suoi masque Shakespeare celebra il teatro stesso e gli spettatori sono chiamati in causa non per ballare e cantare ma nel loro ruolo di spettatori; gli vien detto: “guarda: tu sei come coloro che osservano”.
Io ritrovo gli stessi intenti del vecchio Will nell’ultimo libro di Laura Schiavini: La fortuna è un talento. Anche qui il lettore è chiamato in causa in svariati modi: è chiamata in causa la sua fiducia, perché nelle prime pagine il libro non è quel che sembra, è chiamato in causa il suo ruolo di lettore e di consumatore, è chiamato in causa il suo senso critico.
Anche nel libro della Schiavini, come in alcune delle grandi play Shakespeariane, troviamo una play in the play, anzi, un novel in the novel, che l'autrice ci racconta con discreta destrezza. Forse, a volte, avrei preferito scelte più semplici, o delle convenzioni che aiutassero il “lettore comune” a districarsi nella rete della storia, ma il fascino è anche perdersi nel racconto e non distinguere più ciò che è vero da ciò che è finzione. “I’m telling you stories, trust me”, diceva Jeanette Winterson in The Passion: ascoltiamo il suo consiglio se vogliamo goderci la lettura di questo romanzo.
La scrittura della Schiavini cattura, perché vien voglia di leggerla e proseguire nella storia, ma non è scorrevole. È invece densa, vischiosa, e ti rimane per un po’ attaccata addosso; per questo, forse, oltre che per la storia, ti vien voglia di continuare. E a proposito di storia, se la moderna editoria è composta in gran parte di opere senza storie che, come si suol dire, se la raccontano, la Schiavini riesce a dimostrare come ci sia ancora spazio per la trama, nel romanzo, e per farlo ne incastra più d’una nello spazio di poche pagine. Più di una trama ma pochi personaggi: due, tre, quattro contando Burt, il cane.
E ora un po’ di gossip: la Schiavini racconta di essere stata addirittura insultata da uno degli editori cui aveva proposto il romanzo a causa delle scene di sesso in esso contenute. Vengo dalla lettura di una conferenza tenuta da Virginia Woolf alla National Society for Women’s Service e rimango sorpresa dall’attualità delle sue parole: “women writers are impeded by the extreme conventionality of the other sex. For though men sensibility allow themselves great freedom in these respects, I doubt that they realize or can control the extreme severity with which they condemn such freedom in women.”* Credo che l’episodio di cui Laura è stata vittima sia una triste dimostrazione di come la strada verso l’emancipazione mentale femminile sia ancora lunga. Il romanzo della Schiavini è un giallo, è un’accusa allo stato in cui versa l’editoria contemporanea e con essa la scrittura, ma è anche la dimostrazione che è possibile scrivere romanzi emancipati, in cui una donna fa sesso, ama fare sesso e non ha problemi a parlare di sesso.
A legger queste parole vi sarete immaginati chissà quali racconti alla Emanuelle. No, mi spiace, una normale pubblicità di una crema snellente è più volgare e più denigratoria per il genere femminile. Se invece, nel leggere queste righe, vi è sorta la sana curiosità di scoprire qual è questa storia narrata e rinarrata, prendete in mano La fortuna è un talento e godetevi una piacevole lettura.
*le scrittrici donne subiscono degli impedimenti a causa dell’estrema convenzionalità dell’altro sesso. Perché anche se la sensibilità maschile permette agli uomini di avere grande libertà in proposito, dubito che essi comprendano o possano controllare l’estrema severità con cui condannano tale libertà nelle donne”.
Chiedete a un critico o a uno scrittore da cosa si può riconoscere a prima vista se un romanzo è ben scritto e la risposta sarà, quasi sempre, la stessa: i dialoghi. Se tutti i personaggi parlano allo stesso modo – che si tratti di uomini, donne, bambini, salumieri o premi nobel – e soprattutto se tutti parlano come il narratore –lo scrittore raramente sarà un vero talento.
Basta aprire Il sangue degli altriper imbattersi in un dialogo magistrale, che sa di cinema e di teatro più che di letteratura, perché ne sentiamo gli odori, i rumori, il caldo umido. Quel dialogo è un certificato di garanzia, che ci mostra quanto dobbiamo aspettarci dalle pagine che seguiranno. Il sangue degli altri non ha nulla a che vedere col romanzo di un esordiente. Non ha nulla di incerto, non c’è esercizio, non c’è mostra di sé. Tutto è misurato, calibrato, ogni parola è là dove deve essere, non c’è gioco stilistico ruffiano e fine a se stesso. Il sangue degli altri è un romanzo maturo, scritto con lo stile di chi ha imparato a scrivere da grandi maestri e lo fa con sincerità, con amore per il lettore ma con amore ancora maggiore per la Scrittura, quella da cui tutti pretendono molto ma a cui pochi sono disposti a dare. Il sangue degli altri è vero, come può esserlo un pezzo di pane con olio e basilico o un taglio s’una mano, che brucia. È vero perché ci fa sentire tutto senza quasi usare aggettivi, senza dilungarsi in inutili descrizioni. Bastano poche parole perché tutto sia lampante, come bastano un filo d’olio e un po’ di pomodoro a rendere squisito un pezzo di pane secco.
Dovrei spendere almeno un paio di parole sulla trama, che c’è e da sola reggerebbe, forse, anche a una cattiva scrittura. Ma lo ha già fatto egregiamente Nicolò La Rocca in una bellissima recensione su «Nazione Indiana» (dalla quale emergerà come non ci fosse nessun bisogno della mia…) che, anche a detta dell’autore, coglie appieno lo spirito del romanzo. Mi sento di dire solo una cosa. Laura Schiavini, della quale sto leggendo in questo momento La fortuna è un talento, fa dire a un suo personaggio che non ci sono contemporanei che meritino perché “non hanno più storie da raccontare e usano lo stile per mascherare la mancanza d’idee”. Leggendo queste parole ho ritrovato una mia convinzione, il mio pensiero scritto nero su bianco. Una convinzione, un pensiero, che ho dovuto rivedere leggendo Antonio Pagliaro.
Il romanzo di Pagliaro è da considerarsi un giallo, perché ci sono dei morti e s’indaga su degli omicidi. Non m’intendo di gialli, ne ho letti pochissimi nella mia vita, quindi non esaminerò oltre questo aspetto. Conosco abbastanza la letteratura, però, per poter dire che qui non siamo affatto nella cosiddetta “letteratura di genere” (o paraletteratura, come la chiamano gli addetti ai lavori). Non aspettatevi Fleming: qui non si accontentano le aspettative di nessuno, anzi, semmai, il lettore rimane con amare delusioni fra le mani quando chiude la quarta di copertina per l’ultima volta. Perché oltre che di morti e di indagini Pagliaro parla di guerra: la guerra cecena, il terrorismo, la nuova Russia e i nuovi paesi dell’Est. Mostra le squallide realtà, le orribili vendette e gli inverosimili soprusi. E sappiamo tutti che non c’è niente di inventato. Tutto vero. (“Ti giuro vero!” direbbero i personaggi del libro, col loro delizioso accento palermitano che fa sorridere per tutta la lettura, e il lettore più volte vorrebbe risponderebbe “’un ci criu”, ma più spesso si limita a scuotere la testa, inorridito). Solo che queste cose non fa comodo raccontarle e così, per apprenderle, dobbiamo scoprire i giovani talenti su Anobii, oppure rimanere ignoranti.
Questa riflessione mi porta a un ultimo aspetto che vorrei sottolineare, ovvero la presenza continua, pressante, stancante, fastidiosa, della società contemporanea. Operatrici di call-center (che odiamo per tutto il romanzo, salvo scoprirci meschini quando l’autore sposta di poco la prospettiva nelle ultime pagine), aperitivi, suv in pieno centro di Palermo, ragazze come veline che parlano “con le parole di vetro, trasparenti, le parole senza nulla dentro”, e soprattutto la televisione: una presenza costante che non si può nemmeno definire vuota. Una presenza pericolosa, piuttosto, che anestetizza i cervelli con programmi inutili, commenti superficiali, una totale assenza di analisi e una reiterazione di modelli di comportamento che poi la gente assume nella vita “vera”.
Ma la società è anche la Sicilia, che Pagliaro ama (potrebbe fare altrimenti?) e si sente, ma non per questo dipinge diversa da com’è. Le spiagge che sono belle solo viste da lontano, perché non ci si deve fare largo tra lattine di birra e cartoni della pizza; Palermo che è una creatura ansimante, tenuta in vita dall’amore di chi ci vive e la conosce, e che lotta contro tutto per resistere; i protagonisti, come il tenente Cascioferro, che sono persone per bene – come ce ne sono tante in Sicilia – ma che restano pur sempre palermitani, coi loro difetti e i loro limiti, che ce li rendono irresistibili.
Il sangue degli altri (il titolo, per i curiosi, è un verso di una poesia di Fortini) non è uno di quei plichi di carta stampata che blatera di cellulite, piselli e prugne secche e che trovate in ogni evento mondano in tv. Antonio Pagliaro, probabilmente, non verrà mai invitato dalla Bignardi, non sarà ospite di Costanzo, non ne leggerete la pubblicità sulle prime pagine dei quotidiani. E forse è questo che lo rende un grande scrittore: Pagliaro scrive, racconta, informa, fa riflettere. Tutte cose, a quanto pare, assolutamente demodè.