B. Chatwin, In Patagonia
P. Auster, Trilogia di New York
J. Conrad, Heart of Darkness
J. Swift, I viaggi di Gulliver
D. Pennac, La Prosivendola
D. Pennac, La fata carabina
D. Pennac, Signor Malaussène
A. Borroughs, Correndo con le forbici in mano
M. Haddon, Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte
I. McEwan, Sabato
Fitzgerald F.S. Il grande Gatsby Hemingway H. Addio alle armi Kundera M. Il libro del riso e dell'oblio Parks T. Lingue di fuoco Platone Fedone Calvino I. Marcovaldo Mc Grath P. Follia Queneau R. Icaro involato Mazzantini M. Non ti muovere Hornby N. Alta fedeltà Serrano M. Quel che c'è nel mio cuore Woolf V. La stanza di Jacob Pratolini V. Il quartiere Allende I. Eva Luna Kundera M. Jacques e il suo padrone Bradbury R. Farenheit 451 Marias J. Domani nella battaglia pensa a me Vàsquez Montalbàn M. Il centravanti è stato assassinato verso sera Stendhal Vanina Venini Ibsen H. Casa di bambola Forster E.M. Camera con vista Woolf V. Leggere, recensire Kundera M. Il valzer degli addii Hawthorne N. La lettera scarlatta Forster E.M. Casa Howard Gadda C.E. Il guerriero, l'amazzone, lo spirito della poesia nel verso immortale del Foscolo
La fossa comune, purtroppo, è un titolo che spaventa, poco invitante. Dico purtroppo perché è il titolo giusto per questo romanzo.
È proprio l’indifferenza della Fossa comune che sta alla base di tutto, dei personaggi, delle volontà, delle lotte sempre più vane che si susseguono e che non portano a nulla, come le corse che facciamo nei sogni, che ci affaticano senza mai farci avanzare.
Non è però un romanzo tetro o angosciante come il titolo potrebbe farci credere, anzi la prima parte è scorrevole e piacevole, si sorride spesso, prima di rimanere con una sensazione sempre più persistente di amaro in bocca, che ci fa corrugare la fronte e ci fa terminare la lettura fissando un punto vuoto e pensando all’inutilità. Non del libro, che anzi è una buona lettura, sebbene molto intensa e a tratti quasi faticosa (o forse faticoso è stato il periodo in cui l’ho letto), nonostante l’impeccabile veste editoriale, interamente opera dello scrittore, che non ha certo avuto editor ad aiutarlo nel suo percorso e ha invece coraggiosamente pubblicato in modo indipendente un prodotto di tutto rispetto. L’inutilità dell’esistenza, invece, o di alcune esistenze, come quella di Vittorio Ronca, il protagonista del romanzo di Bastasi, che vuole di più, a cui non basta mai, che è sempre in cerca, che non è mai arrivato né è mai soddisfatto. Tutti pregi, tutti elementi necessari a vivere la vita pienamente, ma non quando questa ricerca è vana, quando il tutto si basa su fragili illusioni che non vogliamo accettare come tali.
Vittorio è un sognatore, è un utopista, e forse il momento più bello e più vero della sua vita è quello in cui accetta la propria dimensione e vive da sognatore in una casa di ringhiera, accontentandosi delle proprie passioni e dividendo qualche spaghettata con i suoi amici “extracomunitari”. In quei momenti Vittorio vive intensamente e ha diritto di essere sognatore, ma chi sogna troppo tende a volere di più, e così ogni volta Vittorio si ritrova insudiciato da una realtà che egli stesso ripudia, si ritrova a sognare la sua utopia ma con le mani sporche, e quindi si ritrova a desiderare altro, a desiderare di essere altrove, a non essere mai soddisfatto, insomma, a non averne mai abbastanza.
La vita è semplice ai semplici, verrebbe da dire, parafrasando Manzoni. Non è però il messaggio in cui crede Bastasi. Perché Vittorio, nei suoi ideali, crede: crede fino in fondo, fino alla fine. E i suoi ideali sono giusti, sono quelli di una persona “informata sui fatti”, colta, istruita. È lo spirito del personaggio che rende vano lo sforzo.
Uno dei personaggi che ho più amato (e credo uno di quelli che lo stesso Bastasi ami di più) è Andrej, un ragazzo russo che Vittorio incontra in un suo viaggio-fuga a New York e che rimarrà elemento cruciale nella sua vita. L’ho amato perché Andrej sembra possedere una cosa rara: la conoscenza. In primo luogo la conoscenza della propria sessualità, anche in una Russia ideologicamente strangolata dal socialismo reale. Ma anche la conoscenza del proprio spirito, di ciò che si desidera, e quindi la conoscenza di quali si crede possano essere i propri traguardi. Lo sguardo di Andrej è dolce e comprensivo, come quello di Vittorio non riesce mai a essere.
Oggi spiegavo il saggio A room of one’s own agli studenti, e in particolare il passaggio nel quale la Woolf cita Coleridge dicendo che “a great mind should be androgynous”. Ebbene, Andrej riesce a racchiudere in sé un’androginia che gli permette di essere superiore alle instancabili lotte interiori che consumano Vittorio, il quale, invece, è sempre troppo concentrato su di sé, su quell’io che gli uomini usano tanto spesso (e la scena in cui lui fugge all’aggressione lasciando la propria donna in fin di vita lo dimostra in modo drammatico).
È lo stesso Andrej a rimproverare Vittorio di essere “stupido, insensibile ed egoista”, e in quest’ultima parola risiede il senso ultimo del romanzo, io credo. La differenza tra Vittorio e Andrej è che questi pensa in primo luogo agli altri e non a sé. “È sulle persone che occorre investire”, dice Andrej “sulle persone, sul loro essere, questo sì, reali, presenti, disponibili. È di lì che devi partire se proprio la vuoi cambiare, questa realtà”.
Sono parole bellissime, che non poteva che pronunciare il personaggio più metafisico di tutto il romanzo, e che forse dichiarano la poetica stessa dell’autore. Se puntiamo alla rivoluzione per ottenere ciò che vogliamo noi, senza investire sulle persone, sugli esseri umani (e quindi sulla cultura, come ha fatto Andrej, costi quel che costi) non resterà nulla di noi, e i nostri grandi ideali scompariranno in una fossa comune, o in una manciata di polvere, altro titolo perfetto per questo romanzo, se non fosse già stato usato da Waugh.
C’era un tale, nel 1500, che amava usare, nei suoi scritti teatrali, l’artificio della play in the play. Ne avrete sentito parlare, si chiamava William Shakespeare. La meta-teatralità – tanto cara ai postmoderni – era altrettanto cara al grande bardo e in più di una sua opera troviamo questo artificio. Si parla spesso di masque, come quelli Ben Jonson, ma se quelli di Jonson erano momenti celebrativi fatti per coinvolgere il pubblico, quelli di Shakespeare il pubblico lo coinvolgono in modo più indiretto, più moderno anzi, più post-moderno. Nei suoi masque Shakespeare celebra il teatro stesso e gli spettatori sono chiamati in causa non per ballare e cantare ma nel loro ruolo di spettatori; gli vien detto: “guarda: tu sei come coloro che osservano”.
Io ritrovo gli stessi intenti del vecchio Will nell’ultimo libro di Laura Schiavini: La fortuna è un talento. Anche qui il lettore è chiamato in causa in svariati modi: è chiamata in causa la sua fiducia, perché nelle prime pagine il libro non è quel che sembra, è chiamato in causa il suo ruolo di lettore e di consumatore, è chiamato in causa il suo senso critico.
Anche nel libro della Schiavini, come in alcune delle grandi play Shakespeariane, troviamo una play in the play, anzi, un novel in the novel, che l'autrice ci racconta con discreta destrezza. Forse, a volte, avrei preferito scelte più semplici, o delle convenzioni che aiutassero il “lettore comune” a districarsi nella rete della storia, ma il fascino è anche perdersi nel racconto e non distinguere più ciò che è vero da ciò che è finzione. “I’m telling you stories, trust me”, diceva Jeanette Winterson in The Passion: ascoltiamo il suo consiglio se vogliamo goderci la lettura di questo romanzo.
La scrittura della Schiavini cattura, perché vien voglia di leggerla e proseguire nella storia, ma non è scorrevole. È invece densa, vischiosa, e ti rimane per un po’ attaccata addosso; per questo, forse, oltre che per la storia, ti vien voglia di continuare. E a proposito di storia, se la moderna editoria è composta in gran parte di opere senza storie che, come si suol dire, se la raccontano, la Schiavini riesce a dimostrare come ci sia ancora spazio per la trama, nel romanzo, e per farlo ne incastra più d’una nello spazio di poche pagine. Più di una trama ma pochi personaggi: due, tre, quattro contando Burt, il cane.
E ora un po’ di gossip: la Schiavini racconta di essere stata addirittura insultata da uno degli editori cui aveva proposto il romanzo a causa delle scene di sesso in esso contenute. Vengo dalla lettura di una conferenza tenuta da Virginia Woolf alla National Society for Women’s Service e rimango sorpresa dall’attualità delle sue parole: “women writers are impeded by the extreme conventionality of the other sex. For though men sensibility allow themselves great freedom in these respects, I doubt that they realize or can control the extreme severity with which they condemn such freedom in women.”* Credo che l’episodio di cui Laura è stata vittima sia una triste dimostrazione di come la strada verso l’emancipazione mentale femminile sia ancora lunga. Il romanzo della Schiavini è un giallo, è un’accusa allo stato in cui versa l’editoria contemporanea e con essa la scrittura, ma è anche la dimostrazione che è possibile scrivere romanzi emancipati, in cui una donna fa sesso, ama fare sesso e non ha problemi a parlare di sesso.
A legger queste parole vi sarete immaginati chissà quali racconti alla Emanuelle. No, mi spiace, una normale pubblicità di una crema snellente è più volgare e più denigratoria per il genere femminile. Se invece, nel leggere queste righe, vi è sorta la sana curiosità di scoprire qual è questa storia narrata e rinarrata, prendete in mano La fortuna è un talento e godetevi una piacevole lettura.
*le scrittrici donne subiscono degli impedimenti a causa dell’estrema convenzionalità dell’altro sesso. Perché anche se la sensibilità maschile permette agli uomini di avere grande libertà in proposito, dubito che essi comprendano o possano controllare l’estrema severità con cui condannano tale libertà nelle donne”.
Chiedete a un critico o a uno scrittore da cosa si può riconoscere a prima vista se un romanzo è ben scritto e la risposta sarà, quasi sempre, la stessa: i dialoghi. Se tutti i personaggi parlano allo stesso modo – che si tratti di uomini, donne, bambini, salumieri o premi nobel – e soprattutto se tutti parlano come il narratore –lo scrittore raramente sarà un vero talento.
Basta aprire Il sangue degli altriper imbattersi in un dialogo magistrale, che sa di cinema e di teatro più che di letteratura, perché ne sentiamo gli odori, i rumori, il caldo umido. Quel dialogo è un certificato di garanzia, che ci mostra quanto dobbiamo aspettarci dalle pagine che seguiranno. Il sangue degli altri non ha nulla a che vedere col romanzo di un esordiente. Non ha nulla di incerto, non c’è esercizio, non c’è mostra di sé. Tutto è misurato, calibrato, ogni parola è là dove deve essere, non c’è gioco stilistico ruffiano e fine a se stesso. Il sangue degli altri è un romanzo maturo, scritto con lo stile di chi ha imparato a scrivere da grandi maestri e lo fa con sincerità, con amore per il lettore ma con amore ancora maggiore per la Scrittura, quella da cui tutti pretendono molto ma a cui pochi sono disposti a dare. Il sangue degli altri è vero, come può esserlo un pezzo di pane con olio e basilico o un taglio s’una mano, che brucia. È vero perché ci fa sentire tutto senza quasi usare aggettivi, senza dilungarsi in inutili descrizioni. Bastano poche parole perché tutto sia lampante, come bastano un filo d’olio e un po’ di pomodoro a rendere squisito un pezzo di pane secco.
Dovrei spendere almeno un paio di parole sulla trama, che c’è e da sola reggerebbe, forse, anche a una cattiva scrittura. Ma lo ha già fatto egregiamente Nicolò La Rocca in una bellissima recensione su «Nazione Indiana» (dalla quale emergerà come non ci fosse nessun bisogno della mia…) che, anche a detta dell’autore, coglie appieno lo spirito del romanzo. Mi sento di dire solo una cosa. Laura Schiavini, della quale sto leggendo in questo momento La fortuna è un talento, fa dire a un suo personaggio che non ci sono contemporanei che meritino perché “non hanno più storie da raccontare e usano lo stile per mascherare la mancanza d’idee”. Leggendo queste parole ho ritrovato una mia convinzione, il mio pensiero scritto nero su bianco. Una convinzione, un pensiero, che ho dovuto rivedere leggendo Antonio Pagliaro.
Il romanzo di Pagliaro è da considerarsi un giallo, perché ci sono dei morti e s’indaga su degli omicidi. Non m’intendo di gialli, ne ho letti pochissimi nella mia vita, quindi non esaminerò oltre questo aspetto. Conosco abbastanza la letteratura, però, per poter dire che qui non siamo affatto nella cosiddetta “letteratura di genere” (o paraletteratura, come la chiamano gli addetti ai lavori). Non aspettatevi Fleming: qui non si accontentano le aspettative di nessuno, anzi, semmai, il lettore rimane con amare delusioni fra le mani quando chiude la quarta di copertina per l’ultima volta. Perché oltre che di morti e di indagini Pagliaro parla di guerra: la guerra cecena, il terrorismo, la nuova Russia e i nuovi paesi dell’Est. Mostra le squallide realtà, le orribili vendette e gli inverosimili soprusi. E sappiamo tutti che non c’è niente di inventato. Tutto vero. (“Ti giuro vero!” direbbero i personaggi del libro, col loro delizioso accento palermitano che fa sorridere per tutta la lettura, e il lettore più volte vorrebbe risponderebbe “’un ci criu”, ma più spesso si limita a scuotere la testa, inorridito). Solo che queste cose non fa comodo raccontarle e così, per apprenderle, dobbiamo scoprire i giovani talenti su Anobii, oppure rimanere ignoranti.
Questa riflessione mi porta a un ultimo aspetto che vorrei sottolineare, ovvero la presenza continua, pressante, stancante, fastidiosa, della società contemporanea. Operatrici di call-center (che odiamo per tutto il romanzo, salvo scoprirci meschini quando l’autore sposta di poco la prospettiva nelle ultime pagine), aperitivi, suv in pieno centro di Palermo, ragazze come veline che parlano “con le parole di vetro, trasparenti, le parole senza nulla dentro”, e soprattutto la televisione: una presenza costante che non si può nemmeno definire vuota. Una presenza pericolosa, piuttosto, che anestetizza i cervelli con programmi inutili, commenti superficiali, una totale assenza di analisi e una reiterazione di modelli di comportamento che poi la gente assume nella vita “vera”.
Ma la società è anche la Sicilia, che Pagliaro ama (potrebbe fare altrimenti?) e si sente, ma non per questo dipinge diversa da com’è. Le spiagge che sono belle solo viste da lontano, perché non ci si deve fare largo tra lattine di birra e cartoni della pizza; Palermo che è una creatura ansimante, tenuta in vita dall’amore di chi ci vive e la conosce, e che lotta contro tutto per resistere; i protagonisti, come il tenente Cascioferro, che sono persone per bene – come ce ne sono tante in Sicilia – ma che restano pur sempre palermitani, coi loro difetti e i loro limiti, che ce li rendono irresistibili.
Il sangue degli altri (il titolo, per i curiosi, è un verso di una poesia di Fortini) non è uno di quei plichi di carta stampata che blatera di cellulite, piselli e prugne secche e che trovate in ogni evento mondano in tv. Antonio Pagliaro, probabilmente, non verrà mai invitato dalla Bignardi, non sarà ospite di Costanzo, non ne leggerete la pubblicità sulle prime pagine dei quotidiani. E forse è questo che lo rende un grande scrittore: Pagliaro scrive, racconta, informa, fa riflettere. Tutte cose, a quanto pare, assolutamente demodè.
"Love and patience - if only he had had them both at once"
È una delle frasi (dei versi, si dovrebbe dire) che mi ha più colpito in questo romanzo.
Quest'opera è una riflessione sull'importanza dell'atto sessuale come concentrato di amore, di sensazioni, come devastante fenomeno chimico e metafisico capace di creare come di annientare una vita.
Per una volta il sesso non è sensazionale e sfumato con una dissolvenza ma analizzato in ogni dettaglio, in ogni sensazione generata, in ogni aspettativa anelata e delusa, in ogni piega della pelle, in ogni alveolo polmonare.
E tutta questa riflessione, che contiene in sé anche la storia di un'epoca alle porte della rivoluzione sessuale (ma le cose sono così diverse oggi, fra due giovani? No, ancora tante donne non sanno nulla del proprio sesso e ancora tanti uomini devono capire come funziona una donna) e dei suoi costumi, è portata avanti al ritmo di Haydin, di Mozart. È suonata come una delicata musica da camera, da una voce - quella del violino di Florence, forse - che racconta di due anime.
E come in ogni sonata che si rispetti, ogni nota è al punto giusto, suonata in maniera esemplare, magistrale, maneggiata con grazia e con cura, quasi si trattasse, anziché di parole, di cristalli preziosi.
La dimostrazione che McEwan è già un classico, perché ha tutto ciò che serve per essere eterno.
Il sottotitolo dice: “Donne che cambiano attraverso la sofferenza”. Va detto che reputo questo sottotitolo brutto, ma soprattutto inadatto, almeno quanto il titolo.
A sentir parlare di “dolore privato” di donne che soffrono e cambiano si ha l’impressione di stare per affrontare l’ennesima sega mentale – mi si passi il termine, d’altronde qui non siam mica nella torre d’avorio – sulle donne insoddisfatte, depresse, disperate.
Invece il libro è tutt’altro. Questo snello volumetto contiene svariate storie, di donne, uomini, figlie, padri, amanti, mariti, mogli. Non solo non sono solo storie di donne, non tutte le donne descritte sono angeli traditi, né tutti gli uomini sono bestie incapaci di resistere ai propri istinti.
Sono esseri umani, tratteggiati, non descritti, con pochi tratti necessari a renderci i personaggi ma con quello stile pulito dei fumetti anni ’30, senza troppi fronzoli, senza indugiare in una descrizione naturalistica – eppure è chiaro che tipo sia Teresa, ci è famigliare il sorriso di Maria, ci è simpatico Federico.
Alcuni racconti mi hanno lasciata perplessa perché avrei desiderato più analisi (non più storia, perché eventi ce ne sono, in queste poche pagine, per scriverne altre 200), più indagine. Alcuni spunti avrebbero bisogno, a mio parere, di aria e acqua – non concime, le storie, come dicevo, non negano linfa agli eventi – per sbocciare e maturare. Ne prenderei almeno un paio e li lascerei respirare al sole per vedere se dopo un po’ di mesi si vedrebbero sbocciare i primi germogli di un romanzo. Come “Tunisia”, che ha un inizio cinematografico e che, forse anche per la sua lunghezza più importante rispetto ad altri, ti accingi a leggere mettendoti comodo, per entrare dentro Chiara e condividere qualcosa con lei. Qui trovo siano gli eventi a togliere: troppi in troppo poco spazio, e così perdono colore e tolgono elementi vitali a due fiori più che promettenti: Chiara, appunto, e Giada.
La lettura è piacevole, scorrevole, ingentilita da uno stile che alcuni definirebbero “in punta di penna” ma che io preferisco definire aggraziato e gentile, leggero e silenzioso, come il passo di una ballerina – perché le grandi ballerine non le senti camminare.
Ma a questa grazia non manca l’ironia, un sottile umorismo mai sguaiato ma sempre accennato, suggerito al lettore come una complice e non un giullare. Quindi, nel dolore non manca il riso, o meglio il sorriso: amaro, dolce, tenero, rassegnato, comprensivo.
La sua scrittura è stata definita “femminile” e questo giudizio aveva dato luogo a una lunga discussione. Non mi vedo del tutto d’accordo, sebbene comprenda appieno quello che chi la definì tale (Laura Schiavino, autrice de La fortuna è un talento) volesse intendere.
Non concordo del tutto perché trovo che nella sua scrittura vi sia spazio per le emozioni maschili e per quelle femminili in egual misura e questo raramente accade nelle cosiddette scritture femminili.
Capisco invece cosa intendesse la Schiavino: nel leggere questo libro ci sono degli odori, delle sensazioni, degli sguardi tipicamente femminili che solo una donna può cogliere perché solo una donna conosce. Nel leggere questo libro si rientra a casa, si indossa un caro vecchio maglione, si condivide una tazza di tè. In una parola: ci si riconosce. E questo ci mette a nostro agio e ci rende complici.
Virginia Woolf fa una splendida descrizione, in uno dei suoi saggi, dei “Moments of being”, i “Momenti di essere”, ovvero quei momenti in cui si sente di vivere in pieno la vita, la si respira, la sia ama perché la si sente addosso. Nell’illustrarci questa sua teoria dice anche che un grande romanziere dovrebbe essere in grado di trattare tanto i momenti di essere che i momenti di non essere, e mentre lei non è mai stata in grado di farlo davvero (effettivamente, se si prende Mrs Dalloway, è un continuo momento di essere!) scrive che: “Throllope ci riesce, la Austen ci riesce”.
Questa è davvero una delle grandezze di Jane Austen: narrare il non essere con altrettanta (se non maggiore) foga dell’essere. Le sue mattinate in attesa della colazione, i suoi pomeriggi in attesa di una passeggiata… in Jane Austen la noia si erge a elemento cardine dell’esistenza, e nonostante le vite dei personaggi ti scorrano fra le dita con rapidità sorprendente, la loro vita sembra valer sempre la pena di essere vissuta, perché quella noia è così vera, quei discorsi vuoti così concreti! Persuasione è la storia di una famiglia in decadenza, gli Elliot, di cui rimane un padre vedovo, Sir Walter Elliot, il cui carattere, scrive Jane, si riassumeva nella vanità “della propria persona e della propria posizione”, una figlia maggiore, Elisabeth, snob e attenta solo alla forma, una figlia sposata, Mary, che vive nel cottage a fianco alla casa, continuamente chiamata “grande”, con un briciolo di ironia, dei suoceri, e la protagonista, Anne.
Di Sir Walter Elliot ed Elisabeth, per quanto comici nel loro ottuso snobismo, ho già detto più di quanto meritassero.
Mary è altrettanto comica, nel suo essere perpetuamente malata, pur godendo sempre di perfetta salute. E infine Anne, l’unico personaggio femminile non comico del romanzo, l’unica donna dotata di ragione, di sentimento e di amore, e l’unica, quindi, ad essere perennemente considerata inutile e di troppo dalla famiglia. Famiglia che si trova costretta a lasciare la splendida dimora di Kellynch per darla in affitto e andare ad abitare in un, seppur lussuoso, appartamento di Bath. Qui il lettore sente tutto l’odio di Jane verso Bath, che ella non amò mai ma che le venne sempre imposto.
Prima di trasferirsi a Bath, Anne si ferma in visita dalla sorella Mary, la quale necessita il suo aiuto, poiché “molto malata”, e qui, per varie vicissitudini, ritrova l’uomo che l’aveva chiesta sposa otto anni prima e che lei si era vista costretta a rifiutare, persuasa dall’amica Lady Russel, a causa delle sue scarse possibilità economiche. Ora però, Frederick Wentworth è ricco, è comandante di marina, è insomma un ottimo partito, che però sembra non aver dimenticato lo sgarbo fattogli da Anne otto anni prima…
Inizia così il balletto dei corteggiamenti e dei sospiri, che rappresenta sempre uno degli aspetti più spassosi nei romanzi di Jane Austen, balletto che si conclude nel più perfetto dei modi, con tutti i ballerini a danzare in coppia, salvo chi voleva primeggiare e si trova, così, relegato dietro le quinte.
Jane Austen non si legge per la trama, sebbene questa ci lasci spesso col fiato sospeso e ci coinvolga completamente, si legge per il suo stile: pulito, perfetto, ironico, pungente, dolce, intelligente. Sembra quasi che non avesse mai bisogno di cancellare e riscrivere, Jane, che le sue parole sgorgassero fluide dalla sua penna sulla carta, nate per essere immortali e perfette.
Verso la fine c’è anche uno splendido dialogo quasi pre-femminista che, a mio parere, vale l’intera lettura per delicatezza e fermezza.
Per concludere, una frase che mi fa amare questo libro quest’anno più che in qualsiasi altro anno della mia vita: “Accade a volte che una donna a ventinove anni sia più bella che a diciannove”…lo spero di cuore!
Tess of the d'Uberville è un magnifico romanzo sulla più magnifica Madre Natura inglese come noi, pronipoti della rivoluzione industriale, non ce la possiamo nemmeno immaginare. Tess of the d'Uberville è uno splendido spaccato di vita rurale e contadina, con i suoi ritmi, le sue fatiche, i suoi calli sulle mani e i suoi odori di bestiame sui vestiti.
Ma Tess of the d'Uberville è soprattutto un romanzo su Tess (com'era, del resto, intuibile dal titolo), una tipologia umana ormai scomparsa da tempo, purtroppo. O forse per fortuna.
Per fortuna, perché le ragazze di oggi (almeno nella porzione di mondo in cui viviamo e in cui è ambientato Tess) non si farebbero mettere le mani addosso, non avrebbero bisogno di passaggi a cavallo ma avrebbero la propria auto e, rincasando tardi la sera, anche una bomboletta di spray orticante in tasca.
Per fortuna perché oggi, le ragazze, possono anche decidere di fare sesso con un uomo e la mattina dopo dirgli "avevo bevuto troppo, amici come prima" e poi raccontarlo alle colleghe.
Purtroppo perché nelle centinaia di surrogati femminili che mi tocca vedere in televisione oggi, e che dovrebbero a volte rappresentare punti di riferimento, se non di arrivo, per tante adolescenti, manca totalmente tutta quell'immensa dignità di Tess. Quella capacità di amare, di assumersi tutte le responsabilità, anche quelle che non le spettano. Quella capacità di non macchiarsi mai di peccato, nemmeno quando il peccato le si scaglia addosso con violenza. È come se su di lei, quel peccato, non attecchisse ma le passasse invece attraverso per poi scomparire, lasciandole un brutta ferita, sì, ma senza tracce di sé su di essa.
Siamo dalla parte di Tess per tutto il romanzo e noi, uomini e donne del ventunesimo secolo, vorremmo che lei parlasse, che si difendesse, o piuttosto, che tacesse, che nascondesse tutto e dimenticasse. Invece la sua purezza la rende ingenua in un mondo che aveva già iniziato a corrompersi. E a un certo punto comprendiamo che dall'alto degli anni 2000 non possiamo permetterci di dare nessun consiglio alla piccola Tess. Tess of the d'Uberville, anche se travestito da romanzo moralizzatore, è un ottimo testo su cui basare le proprie idee femministe. Nel libro, infatti, le sole figure positive sono le giovani donne. Non c'è un uomo, fra i personaggi principali, ad essere degno di rispetto. Gli uomini non sopportano il duro lavoro, fuggono dalle proprie responsabilità, inseguono una bella vita fatta di comodità e agiatezza, sono falsi adulatori, meschini e codardi.
Le donne non hanno semplicemente tempo per tutto ciò, e così mentre gli uomini parlano di titoli nobiliari loro cercano il modo di sfamare la famiglia, mentre gli uomini le corteggiano con frasi zuccherine loro mungono il doppio delle mucche, o zappano la terra ghiacciata per estrarvi le rape. Le donne in Tess non si tirano mai indietro, non approfittano mai di un'occasione ghiotta, ma sacrificano se stesse in onore di ciò che è "giusto" (il sacro dovere vittoriano). Hardy sembra quasi volerci dire che l'onore è degli uomini, che si possono permettere di portarlo perché tutto il peso della vita sta sulle spalle delle donne. E la vita, nel tardo ottocento in Inghilterra, aveva un peso specifico decisamente superiore a quello che conosciamo oggi.
Infine, permettetemelo, Tess è un romanzo sulla sfiga. E se è vero che la fortuna è cieca ma la sfiga ci vede benissimo, con Tess usava anche una lente d'ingrandimento.
Leggere McEwan è come sentir parlare un poeta dopo aver visto una puntata di "Amici di Maria de Filippi".
appunto di ilTigro alle 12:17 | link | commenti (13)
giovedì, ottobre 19, 2006
Il mio fidanzato si chiama Michael ma è bergamasco
Questo mi ha detto ieri una bimba di 4 anni mentre la aiutavo ad infilarsi il body per la sua lezione di “Danza come un gioco”.
Credevo che l’ondata di nomi assurdi rubati ai telefilm o agli attori più celebri (ricordo una compagna di scuola che non contenta di essere rimasta incinta a 16 anni aveva anche chiamato il figlio Kevin…) fosse ormai finita. Evidentemente mi sbagliavo.
La tenera età permette però alle piccole di lasciar trasparire l’assurdità della situazione: la bimba non mi ha infatti detto “il mio fidanzato si chiama Michael” e basta, lasciandomi presagire un piccoletto d’oltre manica di 5 anni con accento britannico, ma ha invece dato al tutto una tangibilità molto materialista e consapevole precisando le sue origini.
Il giorno prima, una sua compagna di quasi 4 anni era venuta da me e con la stessa naturalezza mi aveva spiegato che “lei era una femmina, e quindi fra poco le sarebbero cresciute le tette. Ai maschi invece no.” Questo aveva portato l’intero gruppo di bambine a toccarsi là dove un giorno avranno il seno e a confrontarsi le misure a vicenda… devo dire di aver trovato la scena un agghiacciante quanto fedele ritratto dei tempi. A questo portano pupe, veline, schedine e cretine di ogni genere.
Il perché di queste riflessioni mi è in parte oscuro. Forse il fatto che in questi giorni la mia vita si divida tra la preparazione di un seminario su Virginia Woolf con conseguenti letture e analisi di suoi saggi, diari e romanzi e la presenza negli spogliatoi di danza per aiutare le bimbe a sfilare calzini antiscivolo sudati e infilare scarpe con stringhe sempre troppo strette mi fa prendere con troppa serietà le amene affermazioni delle piccine.
Il tutto mi sta comunque servendo a qualcosa: so che non voglio fare l’errore di Virginia, e so che una delle cose che mi auguro dalla vita è avere un giorno una cucciolina fidanzata con un certo Michael, anche se bergamasco.
Ok, l’argomento è frivolo e da ombrellone, concedetemelo: siamo quantomeno nella stagione giusta.
Ad ispirarmi questa “recensione sui generis” sono stati diversi elementi, non ultimo una recente moda che indica come “vincente” chiunque si dilunghi a parlar di ciccia, cellulite, tette-molli e culi grossi. Ma soprattutto è stato l’ultimo numero di «Glamour» (in realtà il penultimo, quello di giugno, ché io sono indietro anche con le riviste da sfogliare…) nel quale troviamo il consueto articolo sulla più annosa delle questioni femminili quando arriva l’estate e il collant coprente 70 denari non può davvero più rappresentare una soluzione: la depilazione.
Come su ogni numero maggio/giugno di una rivista femminile che si rispetti ecco l’articolo che fa bella mostra di sé titolando, questa volta: Voglio una pelle liscia liscia. E l’occhiello non lascia scampo, sancendo che “senza calze o già in bikini, non deve ‘scappare’ neppure un pelo”. E già, mentre leggiamo, ci stiamo passando la mano sulla gamba per accorgerci, non senza vergogna, che a noi ne è già scappato più di uno… Ma ecco che la giornalista ci corre in soccorso con la domanda che tutte attendevamo: “qual è il metodo più efficace?”, domanda cui si dà subito una risposta in sordina, che vuol suonare da “specialista” ma non può non lasciarci senza un po’ di amaro in bocca: “ci sono pro e contro in ogni sistema”… mia cara, grazie, ma questo lo sapevamo anche noi…
Sì, perché, parliamoci chiaro, inutile far sempre riferimento al dolore, quando si parla di depilazione. Il problema non è quello, o non più, comunque. D’estate, il vero problema, è come tenerli a bada. Io sono una devota della dea Ceretta, l’unica cui concedo l’onore di toccare le mie gambe, nella speranza che a forza di e-dai-e-dai i peli capiscano di non essere affatto graditi, e sfiniti dai continui sforzi per ricrescere abbandonino definitivamente il campo.
Ma con la ceretta, si sa, il pelo ricresce in maniera irregolare e nel giro di pochi giorni ecco che ci si presenta l’effetto “mucca muschiata”: un po’ di peli qua, un po’ là. Si vedono, sì, si vedono nettamente. Ma sono troppo corti per una nuova ceretta e troppi per la pinzetta. Allora che fare?
È il suo turno, entra in scena il Rasoio, che merita il primo posto nell’attenta analisi della giornalista di Glamour. E qui io mi infurio, come sempre quando leggo questi articoli. Sì, perché la dermatologa Corinna Rigoni dice che “non è vero che fa ricrescere i peli più duri perché li taglia senza toccare il bulbo”.
Ora, mia cara dott.ssa Rigoni, forse è solo un problema di omissis e la sua dichiarazione continuava con “crescono più duri perché…” seguito dalle ragioni fisiche del perché crescono querce laddove si trovavano fili d’erba. Se invece la sua affermazione è stata riportata correttamente e per intero, mi permetta una domanda: lei ha mai provato a depilarsi con il rasoio? E soprattutto, ha mai provato a depilarsi con il rasoio dopo aver usato, per anni, solo la ceretta? Credo davvero lei non l’abbia fatto. L’effetto che ho ottenuto in quelle rare occasioni in cui ho fatto scorrere sulle mie gambe un rasoio è stato un effetto barba-di-cinquantenne-calabrese, con addirittura più peli che decidevano di crescere dallo stesso bulbo… ed erano bastati due episodi di rasoio contro anni di sola cera. Non voglio poi raccontarle cosa fu l’esperienza ceretta dopo il disgraziato ricorso al rasoio: se normalmente i miei peli sono docili e sanno, ormai, dopo tanti anni, chi comanda, dopo l’uso del rasoio si verificò una sorta di insurrezione, una vera guerra civile, e la mia povera estetista dovette passare più volte la striscia sulle gambe chiedendomi “ma…hai passato il rasoio?”
Sullo stato delle mie povere ascelle prima che passassi all’uso costante del Silk-epil dopo ogni doccia, lascio adito alle fantasie…
Ecco, che sia per colpa della società maschilista che ci vuole lisce come le Barbie, che sia invece una questione di igiene, o di eleganza e buon gusto, non mi interessa in questa sede.
Mi interessa invece il fatto che il 99% delle donne italiane si strugge per riuscire a passeggiare per strada senza esser scambiata per Gennaro Gattuso e che ognuna di queste donne preferirebbe spesso esser glabra e dover ricorrere ad una parrucca, piuttosto che dover avere a che fare quotidianamente con questi maledetti (sì, quotidianamente, perché quando non sono le gambe sono le braccia, o le sopracciglia, o i baffetti – che da ragazzine schiarivamo con l’ancora in voga Oxy, facendo solo peggio, perché così i “superflui” brillavano al sole, conferendoci un aspetto da Zorro svedese che poteva, semmai, aiutare il popolo fornendo istruzioni comprensibili per il montaggio dei mobili Ikea). Non ci venga quindi a raccontare fandonie: il rasoio ci darà l’effetto barba e, insieme con la crema, ci farà ripiombare nella stessa condizione in poche ore.
E soprattutto, caro «Glamour», non prenderci in giro concludendo l’articolo presentando l’ultima innovativa alternativa: la luce pulsata. “Il metodo”, dice il chirurgo plastico Federico Fiori “è adatto a chi ha tanti peli, ma chiari, e a chi vuole eliminare per sempre quelli su inguine e ascelle”…
Ma quale donna ha “tanti peli ma chiari”, soprattutto su inguine e ascelle???
Forse, cari dottori, dovreste limitare le vostre, di depilazioni, e tentare di avere qualche pelo in più, almeno sulla lingua.